Perché un podcast, un blog, il sito, instagram…

Diciamocelo francamente, mi sono rotta le scatole.
Può capitare. Dopo 22 anni di lavoro costante, uno si potrà rompere le scatole?

Dire di aver fatto una vita di stenti, sarebbe ingiusto soprattutto alla memoria di mia nonna che è passata attraverso la seconda guerra mondiale, razionando olio e cuocendo il gatto per farne sapone. No, io non ho sofferto così tanto. Mi sono sempre barcamenata in lavori precari e situazioni di crisi, ma per fortuna il mio gatto è con me da 20 anni e anche volendone ricavare del sapone ce ne verrebbe davvero poco visto che è tutto pelle e ossa.

Però mi sono rotta lo stesso. Mi sono rotta della competizione, del dovermi tenere sempre aggiornata sull’ultima novità del settore (un settore che ne sforna milioni al giorno!), del dover dimostrare di valere più dell’amico saccente, più del collega presuntuoso, più dello smanettone, più del millennial rampante, più dell’ultimo che entra dalla porta e decanta conoscenze che poi si scoprirà non avere [ma toh!, ma chi se lo sarebbe aspettato mai!?! ]…e ora anche dei sistemi automatizzati, delle app estremamente usabili e intuitive che consentono di farti dei siti da zero senza conoscenze di sorta, della cosiddetta ” intelligenza artificiale”…no è troppo…

Ho detto, Silvia, ora basta, si cambia lavoro. Ok ma che faccio? Io sono sul Web da 22 anni…oh! 22, ma possibile che in 22 anni ogni giorno è come il primo? Ed è sempre una guerra!?!?

E allora che mi sono illuminata…[…in realtà no, ho sentito un podcast che me lo diceva esplicitamente e solo poi …pensandoci su un sei mesi buoni l’ ho ritenuto plausibile…].

Silvia, non comunichi!

Avevi un blog e lo hai chiuso perché pensavi che non ti seguisse nessuno e invece anni dopo hai scoperto che non era così…[…ma a quei tempi chi pensava alle statistiche?…] C’eri prima degli altri e ora sei l’ultima su Internet. Non sei su facebook perché sei snob. Ti infastidiscono le foto dei piatti grondanti grasso e le immagini delle vacanze tutte pose e sorrisi a 32 denti…[…in realtà mi infastidisce questo mix esplosivo di amici/parenti/conoscenti/clienti…e tutta la gestione dei toggle per evitare che si parlino tra di loro]. Eviti Twitter perché in 150 caratteri non riesci neanche a scrivere un biglietto per lasciare la cena in forno a tuo marito. Il video è implacabile, già non eri chissà che gnocca a 20 anni figurati ora che ne aggiungiamo 22…

Poi è ovvio che il primo che arriva, ti eclissa! Pensavi che parlasse il tuo lavoro, la tua professionalità. Tu non ti sbilanci a decantare soluzioni iperboliche perché lo sai che le cose possono essere fatte in 100 modi diversi, che la tecnica cambia ogni secondo mentre la stai implementando e che l’user experience va fatta insieme agli utenti…

Ma de che! È il marketing che conta! Lo devi dire quello che fai!
È l’epoca de “Quanto so fico!” “Quante ne so!”e “Quanto so bello!”, è l’epoca dei selfie questa…

E tu non ti dai le arie dell’artista, non ti colori mezza testa in tinte fluo, non metti orecchini sul labbro, naso, palpebra, non ti tatui!!! Neanche vai in giro con vestiti a scacchi viola e rossi, una scarpa col tacco e una ballerina piatta. Come fa la gente a capire che sei un estroso creativo?!?!
Nè ti atteggi a Diavolo Veste Prada, tutta nera e con teschi brillantinati a vista, gettando in faccia agli stagisti la borsa Micheal Kors…[sono proprio uno scandalo…ho googlato come si scrive…]

Hai una casa il cui unico pezzo di design è lo spremiagrumi di Stark ed è un regalo di tuo fratello. Compri i vestiti online e li indossi anche se non ti stanno perché non hai voglia di rimandarli indietro…

Insomma, come si fa a capire che hai 22 anni di esperienza da designer da condividere in cui hai annotato:

– le manie del settore ( dai colleghi, ai clienti, ai concorrenti)
– le incongruenze nei processi di sviluppo e le mancanze nei processi creativi
– le possibili migliorie che si possono apportare
– i “soliti” problemi che si potrebbero evitare, ma non lo si fa
– i ritorni storici…( tecnologie che vanno e vengono, strumenti di marketing che aricicciano, stili che ritornano come il tubino nero Chanel ai matrimoni)
– le soluzioni evergreen quelle che usava già Gutemberg ma non aveva pensato di crearci un podcast…
– il significato vero di tutte queste belle parole con cui ci riempiamo la bocca ( e che non capiamo fino in fondo). UX, UI, agile, scrum, Ux writer, front end, community manager, A/B test, cms, crm, cro analysis, funnel marketing, brand positioning…per cui le butti lì e scruti la reazione dell’interlocutore per capire quante ne sa e se ne sa più di te, sei pronto a cambiare discorso…”toh guarda…un gattino!”
– e le origini di tutto questo marasma. Una nota di nostalgia babbionica per i bei tempi che furono. Quando ci si sentiva una folla se si era in 20 contemporaneamente su un forum e si condividevano punti di vista e pareri, non memes su Telegram! Perché le cose all’inizio sono sempre così stupendamente semplici…e poi si perdono in inutili e complicate sovrastrutture…

Beh, è semplice, si ricomincia a scrivere, si inizia a parlare…tramite il podcast aaaicercasi e ci si espone al pubblico ludibrio…oh! mal che vada avrò trovato il modo di intrattenermi per i prossimi vent’anni, anziché guardare le telenovelas…[ci sono ancora le telenovelas?]

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